Il boss era seduto nella sua macchina, una vecchia Ford Mustang del ’90, che usava per non farsi notare. Era raro che lui facesse visita ad un galoppino.

Ma quello non era un semplice galoppino. Era un bastardo in gamba. Ci sapeva fare con qualsiasi cannone gli si mettesse in mano, per questo il boss gli affidava gli omicidi più pericolosi. Aveva anche un bel cervello, al cospetto dei suoi pari, semplici drogati disposti all’ergastolo per una dose che gli mandava in pappetta i neuroni.

Se li faceva pagare per bene i suoi “lavoretti”. Quel poppante gli costava un sacco di ero.

Puntino sulle i, aveva anche un bell’aspetto. Sembrava esercitasse un potere eccezionale sulle donne. Non a caso si portava a letto la squillo più richiesta e più pagata della città.

Quello che il boss si era guadagnato col rispetto (e con un bel po’ di piombo), donne, auto e tanta roba, quel novizio sembrava quasi ottenerlo con uno schiocco. Poteva fare strada se si metteva. Ma non aveva le palle per farlo, era uno che viveva alla giornata, preoccupandosi solo di arrivare vivo al momento in cui si poteva stendere sul letto, con il sangue corretto.

Non per questo il boss non camminava col culo incollato al muro. Non si fidava neanche di sua madre, il boss.

Travis uscì dal Gangsta Club, luogo di ritrovo di tutti i malfattori del giro interno, ovvero galoppini, spacciatori, ladri. Tutti i delinquenti minori.

Era andato in quel posto lercio solo perchè era anche il luogo in cui le prostitute, al piano sopra, esponevano la merce a qualche viandante in cerca di amore in affito. Sputò a terra prima di entrare.

Tra quelle ragazze, c’era anche la sua bambina. La incontrò vicino al bancone, e la informò del nuovo colpo.

E che l’attrezzatura era nel bagno, al solito posto. Come richiesto aveva diminuito la dose. Voleva cercare di smettere, la sua piccola. Per quanto difficile fosse.

Si avvicinò al suo orecchio. “Agiremo come stabilito. Mi spiace molto mandarti tra le sue gambe lerce, ma è un sacrificio che devi fare per svoltare.

Si diresse verso l’uscita, non era il suo posto, quello.

A guardarlo da fuori, Trevis non assomigliava per niente ad un avanzo di galera. Abiti costosi. Portatura fiera ed elegante. Nessuna scritta blu sulle braccia. I tatuaggi blu erano il simbolo del riformatorio, dove non avevano aghi e inchiostro migliore per farsi tatuare.

Due fari lampeggiarono dal parcheggio, e Travis si diresse in quella direzione, una mano nella pelliccia, l’altra penzoloni lungo il fianco, con l’anulare e il medio che stringevano una Marlboro al mentolo. Facevano più male di una sigaretta normale, ma al diavolo, cercava ogni giorno di ammazzarsi in modi diversi, non sarebbe stato un po’ di catrame a mandarlo all’inferno. O nel nirvana. O dove cazzo vi pare.

I suoi occhi gelidi come il ghiaccio da cui prendevano il colore roteavano lentamente, soffermandosi negli occhi rossi dei frequentatori del posto. Diede un ultimo tiro e gettò via la sigaretta, il grosso bicipite contratto per un secondo.

I muscoli della mascella si contrassero sporgendo sulla guancia coperta da una barba incolta, quando un messicano incappucciato entrò nella taverna, colpendolo alla spalla nella fretta di raggiungere il suo probabile pusher al bancone.

Un giorno di questi si farà ammazzare, pensò il boss quando Trevis si sedette in macchina