“Come prosegue con quello spacciatore messicano?” domandò il boss appena Trevis si sedette al posto sul passeggero.

“Sta cedendo. Quel fottuto negro è in crisi d’astinenza. E’ stremato dall’acido che continua a vomitare sul pavimento ogni volta che mi faccio una dose davanti a lui. Lo tengo così fino a domani, poi lo faccio parlare. Un po’ di polvere lo aiuterà a sciogliere la lingua”

“Ci stai mettendo troppo. Non stiamo giocando” sputò il boss.

Trevis si passò la mano sulla testa rasata. “Bisogna avere pazienza. Bisogna portarlo allo stremo delle forze. Solo così ci dirà tutta la favola” lo rassicurà

“Spero che sia così, o non avrai più occasione di spassartela con Crystal. Salutamela”

“Non mancherò” concluse mentre apriva la portella.

Trevis prese un taxi, facendosi lasciare ad un isolato di distanza, nella gelida mezzanotte della stradina. Aveva parlato con quel grassone del boss mezz’ora prima. Non amava dirle, e non le aveva dette, no?

Un ghigno malefico gli si aprì sul volto, come uno sfregio. Si diresse verso casa, guardandosi attorno e infilandosi il cappuccio. Lo faceva sempre. Non voleva si sapesse dov’era la sua tana. Oltre a lui, solo Crystal aveva l’indirizzo.

Quando doveva vendere la merce comprata all’ingrosso ad un piccolo commerciante al dettaglio, lo faceva dall’altra parte della città. Non voleva correre rischi. Sapeva quanto fossero stronzi gli sbirri, e quanto fosse facile sputare informazioni come il migliore dei call center ad un avanzo di galera in crisi di astinenza.

La chiave girò nella toppa. Crystal si stava preparando per la serata e sussultò al rumore per una frazione di secondo, prima di concentrarsi sullo specchio.

Era dannatamente bella, ma non era ancora abbastanza senza le dovute correzioni. Il grassone avrebbe dovuto sbavare alla sola vista del suo corpo. Avrebbe dovuto condurre quell’uomo a desiderare solo lei.

Si passò la matita sul contorno degli occhi neri e profondi, obreggiati da ul leggero strato di ombretto viola. Il grassone adorava quel colore. A Crystal faceva schifo. Non si abbinava al suo corpo color ebano.

Non era nera. Era meridionale, con discendenze cubane, che le avevano donato quel culo che faceva impazzire Trevis, tanto da aver imposto tacitamente di porre quella zona off-limits.

Non aveva mai fatto una cosa del genere, fino all’età di 25 anni, quando conobbe Trevis. Non si era ma innamorata in quel modo. E non si era mai innamorata di un suo cliente. Neanche a quindici anni, quando uscì dal riformatorio dopo 5 calendari di reclusione discontinua, intervallata da mesi di fuga.

L’avevano portata in quel posto le cattive compagnie. Orfana di madre, e con un padre violento, aveva imparato ben presto a difendersi da sola. Era in riformatorio a far sbavare le guardie che puntualmente faceva cacciare nei guai, quando suo padre morì.

Era ubriaco, e aveva avuto la brillante idea di voler fare a botte con uno spacciatore molto rispettato e temuto. L’avevano portato in un vicolo.

Erano in cinque, armati di catene e mazze. Gli avevano gonfiato il labbro e due occhi. Gli avevano spaccato i denti e rotto il naso.

Gli avevano incrinato due costole, rotto 5 vertebre, frantumato il cranio, prima di tenerlo, mentre lo spacciatore gli forava il petto con una Magnum.

Probabilmente era già morto.

Aveva provato tutto il dolore che aveva inflitto alla figlia. Non pianse quando seppe la notizia.

Uscita dal riformatorio, si ritrovò sola, con tutte le carriere chiuse dalla sua fedina penale, lunga un braccio. La prostituzione era l’unica alternativa al vagabondaggio.