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nov
9

Blackjack Club

By sgarro  //  Libri, Paper Novel  //  No Comments

Un bel libro, a rapido scorrimento, e in qualche modo d’azione.
Narra del modo in cui, brillanti studenti universitari, trovano il modo che tutti vorremmo usare per arricchirsi: il blackjack.
Tra un casinò e l’altro, l’autore descrive la vita dei giovani a Las Vegas, dall’emozione delle prime giocate contando le carte, fino all’inevitabile fine del loro divertimento

nov
4

[RECENSIONE] Guida galattica per autostoppisti

By sgarro  //  Libri, Paper Novel  //  5 Comments

Cosa fareste se improvvisamente vi ritrovaste su un’astronave aliena in compagnia del vostro amico, quello che conoscete da cinque anni, quello con cui andate a sbronzarvi al bar? Cosa direste, se il vostro amico si rivelasse per essere un alieno, uno stoppista per l’esattezza, incaricato di girare per lo spazio ed aggiornare la “Guida galattica per autostoppisti”, la più grande guida elettronica della galassia? Cosa pensereste, se voi foste l’ultimo terrestre dello spazio?

E’ quello che capita ad Arthur Drent, quando una mattina si sveglia per sdraiarsi davanti al bulldozer che vuole distruggere la sua casa per costruire una tangenziale, per ritrovarsi in viaggio per lo spazio, senza più neanche un pianeta su cui vivere
Douglas scrive un romanzo geniale e fantasioso, alla scoperta dello spazio e delle ragioni dell’esistenza, alla Risposta Fondamentale, inventando esseri e pianeti. Un livro simpatico e affascinante, per tutti i Peter Pan

nov
1

Guida galattica per gli autostoppisti

By sgarro  //  Libri, Paper Novel  //  2 Comments

Il risultato pratico di tutto questo, è che se vi ficcate un pesce Babele nell’orecchio, immediatamente capirete qualsiasi cosa vi si dica in qualsivoglia lingua[...]
“Ora, è così bizzarremente improbabile che una cosa straordinariamente utile come il pesce Babele si sia evoluta per puro caso, che alcuni pensatori sono arrivati a vedere in ciò la prova finale e lampante della non-esistenza di Dio.
Le loro argomentazioni seguono pressappoco questo schema: “Mi rifiuto di dimostrare che esisto” dice Dio “perchè la dimostrazione che esisto è una negazione della fede, e senza la fede io non sono niente”.
“Ma” dice l’uomo “il pesce Babele è una chiara dimostrazione involontaria della Tua esistenza, no? Non avrebbe mai potuto evolversi per puro caso. Esso dimostra che Tu, per via di quanto Tu stesso asserisci a proposito delle dimostrazioni, non esisti.”
“Povero me” dice Dio “Non ci avevo pensato!” e sparisce immediatamente in una nuvoletta di logica”

Da: “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams

ago
21

Only God Can Judge Me (part. 2)

By sgarro  //  Paper Novel  //  No Comments

“Come prosegue con quello spacciatore messicano?” domandò il boss appena Trevis si sedette al posto sul passeggero.

“Sta cedendo. Quel fottuto negro è in crisi d’astinenza. E’ stremato dall’acido che continua a vomitare sul pavimento ogni volta che mi faccio una dose davanti a lui. Lo tengo così fino a domani, poi lo faccio parlare. Un po’ di polvere lo aiuterà a sciogliere la lingua”

“Ci stai mettendo troppo. Non stiamo giocando” sputò il boss.

Trevis si passò la mano sulla testa rasata. “Bisogna avere pazienza. Bisogna portarlo allo stremo delle forze. Solo così ci dirà tutta la favola” lo rassicurà

“Spero che sia così, o non avrai più occasione di spassartela con Crystal. Salutamela”

“Non mancherò” concluse mentre apriva la portella.

Trevis prese un taxi, facendosi lasciare ad un isolato di distanza, nella gelida mezzanotte della stradina. Aveva parlato con quel grassone del boss mezz’ora prima. Non amava dirle, e non le aveva dette, no?

Un ghigno malefico gli si aprì sul volto, come uno sfregio. Si diresse verso casa, guardandosi attorno e infilandosi il cappuccio. Lo faceva sempre. Non voleva si sapesse dov’era la sua tana. Oltre a lui, solo Crystal aveva l’indirizzo.

Quando doveva vendere la merce comprata all’ingrosso ad un piccolo commerciante al dettaglio, lo faceva dall’altra parte della città. Non voleva correre rischi. Sapeva quanto fossero stronzi gli sbirri, e quanto fosse facile sputare informazioni come il migliore dei call center ad un avanzo di galera in crisi di astinenza.

La chiave girò nella toppa. Crystal si stava preparando per la serata e sussultò al rumore per una frazione di secondo, prima di concentrarsi sullo specchio.

Era dannatamente bella, ma non era ancora abbastanza senza le dovute correzioni. Il grassone avrebbe dovuto sbavare alla sola vista del suo corpo. Avrebbe dovuto condurre quell’uomo a desiderare solo lei.

Si passò la matita sul contorno degli occhi neri e profondi, obreggiati da ul leggero strato di ombretto viola. Il grassone adorava quel colore. A Crystal faceva schifo. Non si abbinava al suo corpo color ebano.

Non era nera. Era meridionale, con discendenze cubane, che le avevano donato quel culo che faceva impazzire Trevis, tanto da aver imposto tacitamente di porre quella zona off-limits.

Non aveva mai fatto una cosa del genere, fino all’età di 25 anni, quando conobbe Trevis. Non si era ma innamorata in quel modo. E non si era mai innamorata di un suo cliente. Neanche a quindici anni, quando uscì dal riformatorio dopo 5 calendari di reclusione discontinua, intervallata da mesi di fuga.

L’avevano portata in quel posto le cattive compagnie. Orfana di madre, e con un padre violento, aveva imparato ben presto a difendersi da sola. Era in riformatorio a far sbavare le guardie che puntualmente faceva cacciare nei guai, quando suo padre morì.

Era ubriaco, e aveva avuto la brillante idea di voler fare a botte con uno spacciatore molto rispettato e temuto. L’avevano portato in un vicolo.

Erano in cinque, armati di catene e mazze. Gli avevano gonfiato il labbro e due occhi. Gli avevano spaccato i denti e rotto il naso.

Gli avevano incrinato due costole, rotto 5 vertebre, frantumato il cranio, prima di tenerlo, mentre lo spacciatore gli forava il petto con una Magnum.

Probabilmente era già morto.

Aveva provato tutto il dolore che aveva inflitto alla figlia. Non pianse quando seppe la notizia.

Uscita dal riformatorio, si ritrovò sola, con tutte le carriere chiuse dalla sua fedina penale, lunga un braccio. La prostituzione era l’unica alternativa al vagabondaggio.

ago
14

Only God Can Judge Me (part. 1)

By sgarro  //  Paper Novel  //  No Comments

Il boss era seduto nella sua macchina, una vecchia Ford Mustang del ’90, che usava per non farsi notare. Era raro che lui facesse visita ad un galoppino.

Ma quello non era un semplice galoppino. Era un bastardo in gamba. Ci sapeva fare con qualsiasi cannone gli si mettesse in mano, per questo il boss gli affidava gli omicidi più pericolosi. Aveva anche un bel cervello, al cospetto dei suoi pari, semplici drogati disposti all’ergastolo per una dose che gli mandava in pappetta i neuroni.

Se li faceva pagare per bene i suoi “lavoretti”. Quel poppante gli costava un sacco di ero.

Puntino sulle i, aveva anche un bell’aspetto. Sembrava esercitasse un potere eccezionale sulle donne. Non a caso si portava a letto la squillo più richiesta e più pagata della città.

Quello che il boss si era guadagnato col rispetto (e con un bel po’ di piombo), donne, auto e tanta roba, quel novizio sembrava quasi ottenerlo con uno schiocco. Poteva fare strada se si metteva. Ma non aveva le palle per farlo, era uno che viveva alla giornata, preoccupandosi solo di arrivare vivo al momento in cui si poteva stendere sul letto, con il sangue corretto.

Non per questo il boss non camminava col culo incollato al muro. Non si fidava neanche di sua madre, il boss.

Travis uscì dal Gangsta Club, luogo di ritrovo di tutti i malfattori del giro interno, ovvero galoppini, spacciatori, ladri. Tutti i delinquenti minori.

Era andato in quel posto lercio solo perchè era anche il luogo in cui le prostitute, al piano sopra, esponevano la merce a qualche viandante in cerca di amore in affito. Sputò a terra prima di entrare.

Tra quelle ragazze, c’era anche la sua bambina. La incontrò vicino al bancone, e la informò del nuovo colpo.

E che l’attrezzatura era nel bagno, al solito posto. Come richiesto aveva diminuito la dose. Voleva cercare di smettere, la sua piccola. Per quanto difficile fosse.

Si avvicinò al suo orecchio. “Agiremo come stabilito. Mi spiace molto mandarti tra le sue gambe lerce, ma è un sacrificio che devi fare per svoltare.

Si diresse verso l’uscita, non era il suo posto, quello.

A guardarlo da fuori, Trevis non assomigliava per niente ad un avanzo di galera. Abiti costosi. Portatura fiera ed elegante. Nessuna scritta blu sulle braccia. I tatuaggi blu erano il simbolo del riformatorio, dove non avevano aghi e inchiostro migliore per farsi tatuare.

Due fari lampeggiarono dal parcheggio, e Travis si diresse in quella direzione, una mano nella pelliccia, l’altra penzoloni lungo il fianco, con l’anulare e il medio che stringevano una Marlboro al mentolo. Facevano più male di una sigaretta normale, ma al diavolo, cercava ogni giorno di ammazzarsi in modi diversi, non sarebbe stato un po’ di catrame a mandarlo all’inferno. O nel nirvana. O dove cazzo vi pare.

I suoi occhi gelidi come il ghiaccio da cui prendevano il colore roteavano lentamente, soffermandosi negli occhi rossi dei frequentatori del posto. Diede un ultimo tiro e gettò via la sigaretta, il grosso bicipite contratto per un secondo.

I muscoli della mascella si contrassero sporgendo sulla guancia coperta da una barba incolta, quando un messicano incappucciato entrò nella taverna, colpendolo alla spalla nella fretta di raggiungere il suo probabile pusher al bancone.

Un giorno di questi si farà ammazzare, pensò il boss quando Trevis si sedette in macchina

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