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Only God Can Judge Me (part. 3)

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Crystal si mise il rossetto luminoso e si allungò le ciglia salutando il suo uomo che varcava l’uscio. Era pronta. Indossava la sua gonna più sexy (e anche più corta). Il corpetto rosso col pizzo nero scendeva sinuoso lungo il suo seno sodo e rotondo. Questo, unito a delle lunghe calze nere, una giarrettiera bianca appena visibile sotto la gonna, e delle scarpe rosse, tacco 12 a spillo, fecero salire il sangue al cervello di Travis.

Come sto? – gli chiese.
Per tutta risposta, Travis la cinse a se, assaporando il suo profumo mentre la baciava.
Sei fantastica – le disse – mi devi una sera così, ora che svolteremo. Quel porco grassone avrà quello che si merita. Non vorrei sacrificarti così, ma dobbiamo provarci. – disse diventando improvvisamente serio.

Andiamo a strappare di bocca l’informazione a quel drogato. Prendi la polvere magica, il biglietto falso e nascondi la pistola. Tieniti pronta. -

Lei si infilò la piccola pistola nella giarrettiera e seguì il suo uomo nella stanza in cui tenevano prigioniero il moribondo galoppino messicano.

Travis spostò un tavolino di fronte a lui, ci depositò sopra l’attrezzatura, la polvere, 2.000 dollari e un biglietto per l’Italia. Si sedette di fronte al messicano, schiavo dei suoi tremiti.

So come ti senti, ci sono passato anch’io. Detto francamente, amico non ti conviene. Lascia perdere tutte ‘ste stronzate della Raza, il rispetto eccetera. Il gioco non vale la candela. Guardati! Non riesci a muovere neanche un dito. Pesa bene la situazione. Su un piatto c’è il tuo stato, continuare a vomitare il tuo stomaco finchè non schiatti, in cambio del rispetto del tuo codice d’onore verso qualcuno che non passerà le notti a piangerti abbracciato alla tua lapide.
Sull’altro piatto, c’è un biglietto per l’Italia, un po’ di medicina e un po’ di cash. Potrai andare nel mediterraneo e cominciare una nuova attività. Lì ancora la concorrenza non è come qui negli States. Tutto in cambio di un’informazione. Dov’è il tuo capo?

Il messicano valutò la situazione ancora qualche secondo, dopodichè vomitò ancora e disse a Travis quello che voleva sentire.

Nel frattempo, Crystal si infilò i guanti di velluto girandosì, facendo finta di andarsene. Quando il concorrente non parlò più si sfilò la pistola dalla giarrettiera.

L’ultima emozione del galoppino fu la paura.

Il proiettile gli forò la fronte, terminando la sua corsa in una spessa tavola di ferro da cui l’estrassero. Non lasciarono tracce. Bruciarono il corpo e si diedero un ultimo congedo.

Only God Can Judge Me (part. 2)

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“Come prosegue con quello spacciatore messicano?” domandò il boss appena Trevis si sedette al posto sul passeggero.

“Sta cedendo. Quel fottuto negro è in crisi d’astinenza. E’ stremato dall’acido che continua a vomitare sul pavimento ogni volta che mi faccio una dose davanti a lui. Lo tengo così fino a domani, poi lo faccio parlare. Un po’ di polvere lo aiuterà a sciogliere la lingua”

“Ci stai mettendo troppo. Non stiamo giocando” sputò il boss.

Trevis si passò la mano sulla testa rasata. “Bisogna avere pazienza. Bisogna portarlo allo stremo delle forze. Solo così ci dirà tutta la favola” lo rassicurà

“Spero che sia così, o non avrai più occasione di spassartela con Crystal. Salutamela”

“Non mancherò” concluse mentre apriva la portella.

Trevis prese un taxi, facendosi lasciare ad un isolato di distanza, nella gelida mezzanotte della stradina. Aveva parlato con quel grassone del boss mezz’ora prima. Non amava dirle, e non le aveva dette, no?

Un ghigno malefico gli si aprì sul volto, come uno sfregio. Si diresse verso casa, guardandosi attorno e infilandosi il cappuccio. Lo faceva sempre. Non voleva si sapesse dov’era la sua tana. Oltre a lui, solo Crystal aveva l’indirizzo.

Quando doveva vendere la merce comprata all’ingrosso ad un piccolo commerciante al dettaglio, lo faceva dall’altra parte della città. Non voleva correre rischi. Sapeva quanto fossero stronzi gli sbirri, e quanto fosse facile sputare informazioni come il migliore dei call center ad un avanzo di galera in crisi di astinenza.

La chiave girò nella toppa. Crystal si stava preparando per la serata e sussultò al rumore per una frazione di secondo, prima di concentrarsi sullo specchio.

Era dannatamente bella, ma non era ancora abbastanza senza le dovute correzioni. Il grassone avrebbe dovuto sbavare alla sola vista del suo corpo. Avrebbe dovuto condurre quell’uomo a desiderare solo lei.

Si passò la matita sul contorno degli occhi neri e profondi, obreggiati da ul leggero strato di ombretto viola. Il grassone adorava quel colore. A Crystal faceva schifo. Non si abbinava al suo corpo color ebano.

Non era nera. Era meridionale, con discendenze cubane, che le avevano donato quel culo che faceva impazzire Trevis, tanto da aver imposto tacitamente di porre quella zona off-limits.

Non aveva mai fatto una cosa del genere, fino all’età di 25 anni, quando conobbe Trevis. Non si era ma innamorata in quel modo. E non si era mai innamorata di un suo cliente. Neanche a quindici anni, quando uscì dal riformatorio dopo 5 calendari di reclusione discontinua, intervallata da mesi di fuga.

L’avevano portata in quel posto le cattive compagnie. Orfana di madre, e con un padre violento, aveva imparato ben presto a difendersi da sola. Era in riformatorio a far sbavare le guardie che puntualmente faceva cacciare nei guai, quando suo padre morì.

Era ubriaco, e aveva avuto la brillante idea di voler fare a botte con uno spacciatore molto rispettato e temuto. L’avevano portato in un vicolo.

Erano in cinque, armati di catene e mazze. Gli avevano gonfiato il labbro e due occhi. Gli avevano spaccato i denti e rotto il naso.

Gli avevano incrinato due costole, rotto 5 vertebre, frantumato il cranio, prima di tenerlo, mentre lo spacciatore gli forava il petto con una Magnum.

Probabilmente era già morto.

Aveva provato tutto il dolore che aveva inflitto alla figlia. Non pianse quando seppe la notizia.

Uscita dal riformatorio, si ritrovò sola, con tutte le carriere chiuse dalla sua fedina penale, lunga un braccio. La prostituzione era l’unica alternativa al vagabondaggio.

Only God Can Judge Me (part. 1)

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Il boss era seduto nella sua macchina, una vecchia Ford Mustang del ’90, che usava per non farsi notare. Era raro che lui facesse visita ad un galoppino.

Ma quello non era un semplice galoppino. Era un bastardo in gamba. Ci sapeva fare con qualsiasi cannone gli si mettesse in mano, per questo il boss gli affidava gli omicidi più pericolosi. Aveva anche un bel cervello, al cospetto dei suoi pari, semplici drogati disposti all’ergastolo per una dose che gli mandava in pappetta i neuroni.

Se li faceva pagare per bene i suoi “lavoretti”. Quel poppante gli costava un sacco di ero.

Puntino sulle i, aveva anche un bell’aspetto. Sembrava esercitasse un potere eccezionale sulle donne. Non a caso si portava a letto la squillo più richiesta e più pagata della città.

Quello che il boss si era guadagnato col rispetto (e con un bel po’ di piombo), donne, auto e tanta roba, quel novizio sembrava quasi ottenerlo con uno schiocco. Poteva fare strada se si metteva. Ma non aveva le palle per farlo, era uno che viveva alla giornata, preoccupandosi solo di arrivare vivo al momento in cui si poteva stendere sul letto, con il sangue corretto.

Non per questo il boss non camminava col culo incollato al muro. Non si fidava neanche di sua madre, il boss.

Travis uscì dal Gangsta Club, luogo di ritrovo di tutti i malfattori del giro interno, ovvero galoppini, spacciatori, ladri. Tutti i delinquenti minori.

Era andato in quel posto lercio solo perchè era anche il luogo in cui le prostitute, al piano sopra, esponevano la merce a qualche viandante in cerca di amore in affito. Sputò a terra prima di entrare.

Tra quelle ragazze, c’era anche la sua bambina. La incontrò vicino al bancone, e la informò del nuovo colpo.

E che l’attrezzatura era nel bagno, al solito posto. Come richiesto aveva diminuito la dose. Voleva cercare di smettere, la sua piccola. Per quanto difficile fosse.

Si avvicinò al suo orecchio. “Agiremo come stabilito. Mi spiace molto mandarti tra le sue gambe lerce, ma è un sacrificio che devi fare per svoltare.

Si diresse verso l’uscita, non era il suo posto, quello.

A guardarlo da fuori, Trevis non assomigliava per niente ad un avanzo di galera. Abiti costosi. Portatura fiera ed elegante. Nessuna scritta blu sulle braccia. I tatuaggi blu erano il simbolo del riformatorio, dove non avevano aghi e inchiostro migliore per farsi tatuare.

Due fari lampeggiarono dal parcheggio, e Travis si diresse in quella direzione, una mano nella pelliccia, l’altra penzoloni lungo il fianco, con l’anulare e il medio che stringevano una Marlboro al mentolo. Facevano più male di una sigaretta normale, ma al diavolo, cercava ogni giorno di ammazzarsi in modi diversi, non sarebbe stato un po’ di catrame a mandarlo all’inferno. O nel nirvana. O dove cazzo vi pare.

I suoi occhi gelidi come il ghiaccio da cui prendevano il colore roteavano lentamente, soffermandosi negli occhi rossi dei frequentatori del posto. Diede un ultimo tiro e gettò via la sigaretta, il grosso bicipite contratto per un secondo.

I muscoli della mascella si contrassero sporgendo sulla guancia coperta da una barba incolta, quando un messicano incappucciato entrò nella taverna, colpendolo alla spalla nella fretta di raggiungere il suo probabile pusher al bancone.

Un giorno di questi si farà ammazzare, pensò il boss quando Trevis si sedette in macchina

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